QUINTA STAGIONE

 

di Franco Marcoaldi

regia Marco Baliani

con Marco Baliani

e la voce dialogante di Franco Marcoaldi

scene Mimmo Paladino

paesaggio sonoro Mirto Baliani

disegno luci Cesare Accetta

produzione Teatro di Napoli – Teatro Nazionale

 

In prima nazionale al Teatro Grande di Pompei il 15/16/17 luglio 2021

 

 

Non è certo un caso che il sottotitolo di questa mia Quinta stagione, sia ‘monologo drammatico’, esplicita ripresa di un lemma proprio della grande poesia anglosassone otto-novecentesca. L’aspetto teatrale del poemetto è evidente sin dalle prime battute e Marco Baliani lo ha colto alla perfezione, lavorando sul ‘doppio’ della mia voce registrata, in costante dialogo con la sua voce e il suo corpo in scena.
Grazie al paesaggio scenico di Mimmo Paladino e a quello sonoro di Mirto Baliani prende progressivamente forma, così, quel tempo nuovo, difficile e sconcertante, che si va imponendo in modo irreversibile: una nuova stagione, appunto, in cui, al di là delle maschere della vita sociale e delle narrazioni private ad uso consolatorio, siamo chiamati a fare i conti con noi stessi. Con la nostra intima verità. Umile, prosaica, contradditoria. Aperta alle questioni finali. Così da ritrovare la nostra propria appartenenza al flusso collettivo e universale.
Questo l’intento ultimo di un testo poetico destinato naturalmente al teatro: delineare, dietro il tono apparente di conversazione, qualcosa di molto simile a una Apocalisse. Raccontare la fine irreversibile di un tempo ormai per sempre consumato, anticipando in controluce, un possibile, nuovo inizio.
Franco Marcoaldi


 

Portare la poesia in teatro è, da sempre, impresa ardua. È come se il linguaggio poetico, sopra un palco, non si trovasse così libero di volare e di espandersi. Quelle parole vorrebbero una voce a farle veleggiare, restie come sono per natura a essere messe in fila dentro un discorso lineare, dentro un dialogo, dentro una narrazione.
In un poema c’è solo la voce del poeta, che l’ha abitata e continua a starci incastrato, connesso inestricabilmente a quelle parole. Lì lui vive e parla.
C’è quella leggenda cinese in cui l’amata, tornando nella casa del suo poeta, non lo trova, eppure si erano dati appuntamento come tante altre volte, lo cerca, sempre più disperatamente, non c’è traccia di lui nelle modeste stanze dove tante volte si sono amati. Angosciata, quasi in lacrime, trova sul tavolo, scritta a mano una poesia del suo amato, deve essere l’ultima, lui non gliel’aveva mai letta, ma mentre la legge, le lacrime sgorgano copiose, comprende che il poeta è interamente, anima e corpo, in quella poesia, è entrato nel poema che sarà per sempre la sua dimora.
Franco Marcoaldi ha chiamato la sua opera “monologo drammatico”, due termini che appartengono di diritto alla storia del teatro. Dunque la visione del poema è legata alla scena, o potrebbe esserlo.
È quel “potrebbe” lo spazio di esplorazione che ho investigato mettendo la mia voce e il mio corpo sulla scena del poema, cercando di essere un tramite appassionato di quelle parole, dialogando, a tratti, con la voce dello stesso poeta, che mi affianca. Camminiamo insieme, un’unica entità nomade, attraversiamo i dodici canti di cui l’opera è composta, con la complicità di pellegrini in cerca di nuove strade.
Viandanti entrambi nel paesaggio visivo creato dalla sapienza e dall’arte di Mimmo Paladino, ci muoviamo tra reperti lasciati dal tempo a galleggiare su una distesa salina, come dopo un naufragio, o come prima di una redenzione.
Ma c’è un altro paesaggio non meno materico e fondante, la dimensione sonora e musicale approntata da Mirto Baliani, che dedica ad ogni canto una peculiare atmosfera, che a volte avvolge, a volte sfugge, il denso dispiegarsi della poesia.
Le luci di Cesare Accetta scolpiscono un altro spazio ancora, drammaturgia luminosa che si aggiunge, interseca, spezza, corrobora la deambulante strada del mio doppio poeta.
Sono dunque in buona compagnia, non mi resta che accingermi alla partenza.
Marco Baliani

 

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