Il primo libro che ricordo è febbricitante. Non so ancora leggere, non vado a scuola, ma quando mi ammalo mia madre tira fuori un libro con la copertina rossa, che a me sembra enorme, si siede accanto al letto e me lo legge.

Il libro ha la febbre come me, tremano le pagine e trema anche la voce di mia madre. Ascolto le storie come in un sogno, le immagini che la lettura suscita si mescolano alle allucinazioni della febbre, si confondono, perdo il filo e quando lo riprendo la storia è cambiata, forse è passato un altro giorno, il libro si riempie del mio sudore acido, dell’odore della febbre, delle medicine accanto al letto, delle pappette che mangio a fatica.

Quando sto un po’ meglio mia madre mi solleva e mi mostra le figure che sono dentro al libro. Le vedo offuscate, ma sono favolose, cavalli che si impennano, reami in cima a montagne, regine vestite di lusso; mi affascinano i particolari più che l’insieme, gli zoccoli dei cavalli così netti, scuri sul fondo bianco della pagina, le verruche sui nasi dei nanerottoli, la corona dentata del re che brilla di oro. Al confronto quanto ho immaginato mi sembra poca cosa, così quando ripiombo sui cuscini mi sforzo di fare meglio, inserendo maggiori dettagli e colori; forse è cominciata lì la voglia di disegnare, attività che non ho mai smesso di praticare durante tutta la mia vita.

In quelle ore di lettura, ho cominciato a sviluppare il gioco dell’immaginazione, il gioco di vedere figure, cose e storie dentro le crepe di un muro, sulle mattonelle sbrecciate dei pavimenti, sui marciapiedi, sui tronchi rugosi degli alberi, sui soffitti, sulle nuvole. Ancora oggi, a volte, mi fermo nel bel mezzo del traffico e mi incanto a vedere una faccia o un corpo saettante che mi osserva dal selciato della strada.

Il libro rosso si chiamava La scala d’oro, non era un libro solo, mia madre ne aveva diversi, tutti pieni zeppi di storie. Che finivano sempre bene.

Ma, prima di arrivare alla fine, l’eroe o l’eroina ne passava di cotte e di crude, gliene succedevano di tutti i colori, sempre cose terribili, pericolose, da restare in fin di vita, sempre ostacoli o prove che bisognava superare, e ci voleva il coraggio o l’astuzia, oppure a volte la bontà o addirittura l’incoscienza, c’erano storie in cui a farcela era uno stupidone, così scemo che con la sua scemenza riusciva a fare quello che altri non riuscivano. Altre volte arrivavano aiuti da gente strana che non te lo saresti mai aspettato, animali parlanti, vecchiacci macilenti, nani, oppure, ma questo era più facile, fate buone.

La voce di mia madre era bella, non era una voce sola, cambiava a seconda del personaggio che arrivava, stavo per dire che entrava in scena, ma allora non sapevo proprio cosa fosse il teatro, al massimo con gli amici giocavamo alle belle statuine, vestendoci con stracci e scarpe vecchie, ed era già un travestimento teatrale; anche le guerre tra indiani e cowboy, gli appostamenti e il fingersi morti cadendo dopo essere stati colpiti, anche questo era già teatro. Da piccoli impariamo il mondo giocando ad un teatro continuo, impariamo a prendere un ruolo, a interpretarlo improvvisando, impariamo a indossare una maschera, a darci nomi inventati.

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