Pinocchio africano Il viaggio dentro il teatro di questo gruppo di ex- ragazzi di strada (divenuti ex proprio grazie a questo progetto) è a metà del suo percorso.
Non è stato facile e ancora più difficile sarà proseguire. Ma li ricordo un anno e mezzo fa quando abbiamo cominciato l’esperimento, occhi a terra, diffidenti, sfuggenti allo sguardo, voci inudibili, corpi abituati al peggio, più a subire che ad essere.
ACTING FROM THE STREET
UNA SCUOLA DI TEATRO PER I RAGAZZI DI STRADA DI NAIROBI
UN PROGETTO DI MARCO BALIANI E AMREF ITALIA PDF 100 Kb
Li guardo oggi, sono cambiati. Ti guardano negli occhi sostenendo lo sguardo.
E gli occhi esprimono una visione del mondo, prendono coscienza di esistere, a volte spesso sorridono. Quando camminano in mezzo alle loro strade di fango sembrano diventati più alti, hanno qualcosa nel movimento che assomiglia alla dignità.
Questo nostro teatro ha nel suo DNA questa possibilità e questa forza.
Non tutto il teatro possiede la stessa capacità di riscatto per le persone che lo agiscono. Il nostro è un teatro speciale, nato nei luoghi difficili del disagio, nelle strade, con bambini, ragazzi adolescenti, malati mentali, carcerati,un teatro che negli anni è divenuto artisticamente eccezionale, anche quando è entrato a gran voce nei teatri “ufficiali”, proprio perché si è sempre nutrito a partire dal basso, dalla necessità di dire, dalla consapevolezza che l’arte deve essere prima di tutto qualcosa di utile, qualcosa che a sua volta in altro modo "nutre".
Occorre sapere che esercizi, allenamenti, training, pratiche e tecniche di questo mestiere d’arte antico, possono veicolare individualismo o solidarietà, narcisismo interpretativo o capacità di ascolto e di stare con gli altri.
Noi abbiamo privilegiato il versante dell’ensamble, la cura del gruppo, il senso di un appartenenza ad un progetto. In questo sta il riscatto e la possibilità, per questi ragazzi di usare il teatro per ridare senso alla loro vita. Non per diventare necessariamente attori. Ma per sapere che attraverso il teatro si può raccontare sé stessi, scoprire chi siamo, che potenzialità abbiamo, scoprire che anche loro, gli ultimi, possono dire qualcosa sul mondo, possono perfino raccontare una storia agli altri, che è sempre anche la loro storia, nascosta magari sotto i panni di un burattino di legno.
“Raccontare una storia è tentare di rendere il mondo meno terribile” diceva il grande antropologo Kerenj.
Ecco noi siamo qui, con tutti i problemi, le difficoltà, gli scoramenti, le gioie gli entusiasmi, per tentare di raccontare una storia, per uscire col racconto da una vita senza futuro senza senso, per ridare dignità all’essere, per condividere un progetto e farlo crescere.
Pinocchio, un burattino toscano di legno di pino, è ora un personaggio vivente nell’animo di questi ragazzi. Trovo che già questo scambio fra culture diverse ( credo che le culture non siano altro che le storie che le fanno e che lo scambio di cui tanto si parla altro non sia che la capacità di raccontarsele e di ascoltarle) abbia del miracoloso.
È con gioia e gratitudine che ognuno di noi partecipa a questo progetto, usando i nostri pochi tempi liberi e le nostre non ricche economie. Perché sentiamo che questi ragazzi a loro volta ci stanno regalando molto, qualcosa che è difficile comunicare a parole; ci restituiscono forse il senso profondo di questo mestiere, un’arte che è ascolto e comunicazione insieme.
Ora occorre mettere insieme ancora più energie, per lo sforzo finale, per superare la fase dei laboratori e creare uno spettacolo vero, capace di far ridere, pensare e riflettere.
Ora chiediamo a tutti quelli che avvertono nell’anima il senso e la necessità di questo percorso e se ne sentono, anche se a distanza, nutriti, di aiutarci in tutti i modi possibili per realizzare un sogno che come tutti i sogni veri, può cambiare a fondo le tristezze del reale e ridare a chi l’aveva perduta la speranza che la vita valga sempre la pena di essere vissuta. Marco Baliani
ACTING FROM THE STREET Sono partito dall’idea che il teatro è un luogo eccezionale di formazione e di umanità. In anni di esperienza come regista attore e insegnante ho visto che date alcune condizioni, un certo tipo di esercizi e di allenamento, un’attenzione particolare alla creazione dell’ensamble, insomma l’insieme di alcune pratiche di lavoro permettono la crescita di relazioni umane oltreché artistiche di alto livello formativo, permettono all’individuo di essere parte di un progetto collettivo, di sentirsi responsabile dei suoi esiti.
Se dovessi definire una visione del mio teatro direi che sulla scena agisce un coro di individualità differenti e forti, che però sono solidali gli uni con gli altri.
Ho proposto questa idea di teatro, che è un percorso di work in progress, all’associazione Amref, per vedere se era possibile accettare una sfida.
Usare quello stesso teatro per dare a diciotto ragazzi di strada di Nairobi la possibilità di credere nel proprio futuro, di non essere più solo chokora, spazzatura, ma essere umani capaci di svelarsi, di rivelare le proprie doti, capacità, intuizioni, capaci di far parte di un progetto che li accomuna e che restituisce un senso all’assurdità della loro vita.
Un teatro da usare, non per ottenere un risultato soltanto estetico ma etico, un teatro di cui nutrirsi, come fosse un buon cibo.
Amref coraggiosamente ha accettato e il progetto è partito.
Ora ci sono diciotto ragazzini dai 9 ai 16 anni che tre volte la settimana si esercitano in allenamenti attorali, sulla base di esercizi che io e gli altri artisti via via coinvolti nel progetto, lasciamo sul campo agli operatori amref del posto. Poi a turno ogni due mesi li andiamo a trovare e proseguiamo nella ricerca e nell’esplorazione. Mi sono comportato con loro né più né meno che se avessi dovuto lavorare con giovani attori occidentali, con lo stesso rigore e disciplina, con la stessa fatica e le stesse gioie.
I risultati finora sono eccezionali e ad ogni tappa vedo crescere un gruppo di guerriglieri-teatranti pronti a tutto, pronti soprattutto a costruire insieme uno spettacolo con una sua forza e necessità.
Li ho visti impauriti all’inizio incapaci di dire il loro nome, incapaci di guardarsi negli occhi, abituati a soccombere, ed ecco che esercizio dopo esercizio gli sguardi si aprivano gli occhi comunicavano la voce aumentava perfino i loro corpi sembravano crescere raddrizzarsi.
Il teatro è un luogo molto potente e magico, possiede una forza interiore che solo praticandolo si può catturare.
Nella penultima tappa di dicembre ho raccontato loro Pinocchio e li ho visti a bocca aperta a seguire le fughe e le trappole in cui il burattino cade o si lascia cadere. Quel burattino non è tanto lontano dal loro mondo, anche lui è senza scuola, per strada, affamato, inseguito, bastonato, derubato. Anche loro sono pezzi di legno presi a calci dal mondo, senza genitori, maltrattati, anche loro vorrebbero crescere e avere un corpo normale, accettato alla luce del sole. Pinocchio è una loro anima gemella anche se viene da un altro posto del mondo. Nell’ultima tappa Letizia Quintavalla e Morello Rinaldi del Teatro delle Briciole che collabora alla iniziativa, sono andati da loro a insegnargli come costruire i loro Pinocchi. Vorrei che ognuno di loro si costruisse, coi materiali della discarica dove vivono, un doppio pinocchiesco, con cui possa dialogare e dietro cui a volte nascondersi per dire quello che da solo non riuscirebbe a dire. Vorrei che con Elisa Cuppini danzatrice imparassero l’arte del movimento, come bambini e come pupazzi, disarticolati e senza fili, vorrei che insieme creassimo la danza dei Pinocchi senza fili.
Porterò poi sul posto musicisti, cantanti, percussionisti, e via via affronteremo Pinocchio sempre usandolo per raccontare però le loro vite e le loro storie.
Non rispetteremo dunque l’andamento della storia dall’inizio alla fine, ma cattureremo i cuori più prossimi alla loro vita e quelli svilupperemo in un teatro composto di linguaggi diversi, tutti necessari, tutti vitali e densi di energia. Non so prefigurare l’esito finale, sento che sarà uno spettacolo bello, di quella bellezza che si fa necessità, e che non si esaurisce nella pura rappresentazione, che produrrà altro, dentro le loro e le nostre anime.
Tutto il percorso merita un’attenzione costante, una documentazione video una scrittura per diari e appunti, dobbiamo procedere per tappe far crescere il loro sapere, dare fiducia alle loro intuizioni, non permettere mai che l’ansia verso il prodotto teatrale annulli il percorso formativo.
Lo scopo non è creare attori professionisti ma persone capaci di esistere con dignità nel mondo. Marco Baliani
PINOCCHIO CHOKORA
All’inizio vediamo i loro corpi ammassati l’uno sull’altro come in un deposito.
Come pezzi di legno abbandonati per strada, accatastati in pose di sonno , dimenticati dal mondo.
Qualcuno comincia a cantare la canzone dei chokora, e piano piano i corpi si risvegliano nella strada che è la loro casa .
Provano a camminare ma si muovono disarticolati come burattini senza fili, cadono, si rialzano, riprovano a camminare, provano a parlare ma tutto è difficile, hanno fame, ma non c’è nulla da mangiare. Si sviluppa la prima danza della Fame.
Uno di loro sbattendo la bocca e i denti come una marionetta riesce a raccontare la sua storia che vale un po’ per tutti. La danza della fame si chiude intorno ad una piccola pera scovata chissà dove che tocca dividere in troppe parti, con un effetto ridicolo e grottesco.
Arrivano i poliziotti, scappano , corrono come Pinocchi legnosi a scatti con le teste avanti e anche la corsa diventa una seconda danza, quella della Fuga e del Caos
Nessun luogo è sicuro. Diversi tentativi di riparo che finiscono male. Qualcuno trova un libro, se lo passano, cercano di sfogliarlo ma non sanno leggere,il libro è la scuola che non hanno mai avuto. Provano a vedere se il libro parla da solo.
Imitano le illustrazioni del libro, è il libro che racconta la storia di Pinocchio. In rapida successione vediamo agite in anticipo le figure di tutta la storia a cui ognuno cerca di dare un senso e un seguito. Sentono un richiamo di musica , trovano un baraccone teatrale, con tanto di insegna. Per entrare servono soldi. Si baratta il libro.
Dentro il baraccone trovano altri pupazzi stracciati come loro una copia pinocchiesca di sé stessi, di dimensioni diverse. Cominciano a dialogare e far parlare i nuovi pupazzi al posto loro. Ballano con loro, li muovono se li portano via in spalla,
fuggono. Vanno in cerca dei genitori. I pupazzi li guidano nella foresta, ma la strada è difficile. Immaginazione della madre. Ognuno sogna come potrebbe essere e provano a interpretarla loro stessi. Danza delle Fate. Al riapparire del giorno non c’è più nessun padre e madre. Sono soli.
Uno scopre di avere in tasca qualche spicciolo. Tutti intorno contano e ricontano quei pochi soldi. Incontrano loschi figuri che li convincono a seppellire i loro pochi spiccioli in un campo per far crescere un albero dei soldi. Si accaniscono a scavare e ognuno immagina di diventare ricco. Sogno della Ricchezza, agito cantando. Vengono ancora inseguiti, minacciati, catturati e messi appesi per il collo, linciati.
Di notte mentre dondolano al vento lamentandosi, il sogno della Fata li viene e trovare e li scioglie dalla morte. Un imprenditore li ingaggia per esibirsi nel suo circo. Conoscono il Paese dei Balocchi. È facile, basta accendere le luci di sala. I Balocchi sono gli spettatori, ben vestiti, con le scarpe ai piedi e gli orologi al polso. I Pinocchi guardano tutto stupiti toccano gli spettatori, non credono a tanta ricchezza.
Per ottenerla basta tingersi la faccia di bianco e diventare asini, fenomeni da baraccone.
Ci provano. Sfilata delle Bianche Facce. Ma di notte però si parlano tra loro, i loro vecchi pupazzi li deridono,si vergognano di sé stessi, parte la ribellione, non accettano quel mondo ,ne vogliono uno per loro, ma quale? Ognuno racconta il mondo che vorrebbe, e lo danza. Danza del Mondo Sognato.
Attraverso quest’ultima danza, si compie una metamorfosi. Tornano alla loro strada ma non sono più con corpi di legno disarticolati. Si toccano, il proprio corpo adesso è cambiato, è intero .E ognuno ha un nome, una identità.
Non racconteremo la storia di Pinocchio ma cercheremo dentro la storia quei passaggi e quei topos che permetteranno ai ragazzi di strada di raccontare loro stessi.
Come Pinocchio ognuno di loro sfiorerà la morte , scoprirà quanto è difficile crescere. Dai movimenti legnosi nascerà infine una danza di metamorfosi. Alla fine forse acquisteranno la dignità di possedere un nome e di riuscire a raccontarsi. E’ uno spettacolo di forza danzante,che racconta un possibile passaggio dalla durezza della vita di strada alla consapevolezza di sé, proprio attraverso il teatro. Danza musica canto, movimenti corali , piccole storie raccontate in forma di rap,elementi scenici minimi costruiti riassemblando scarti,resti, oggetti abbandonati. Pupazzi da condurre e animare come fossero anime perdute e ritrovate,compagni di viaggio, da portarsi in spalla,in un fagotto di piccola sopravvivenza. Il ritmo dello spettacolo è incalzante, denso, agito per quadri come in forma di ballata.
Il testo parlato è molto ridotto, sono le immagini a prevalere, il movimento dei corpi,
un coro di corpi narranti, pronti a diventare un tutt’uno o a dividersi in personaggi, pronti a farsi crescere nasi improbabili o a creare in un attimo un’intera scenografia.
Un gruppo di Pinocchi Guerriglieri capaci di affrontare qualsiasi spazio e qualunque pubblico, allenati a stare in strada, a catturare l’attenzione come i saltimbanchi di un tempo, con poche cose e molta anima. Ognuno dei Pinocchi metterà in scena la propria storia, le scoperte fatte, le capacità acquisite.
E soprattutto il percorso che l’ha portato a muoversi e danzare, con tutta la gioia di un corpo nuovo, e di un nuovo nome. Marco Baliani