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Teatro delle Briciole di Parma
Regia di Marco Baliani
Tratto dal romanzo omonimo di Curzio Malaparte
Uno spettacolo coprodotto dal Teatro Metastasio Stabile della Toscana e dal Mercadante di Napoli

Pelle-Malaparte
"You can touch. Put your finger inside. Only one finger. Try a bit. Don't be afraid"

Mettere il dito dove non si dovrebbe, toccare la sostanza nascosta delle cose, il dentro, l'oscura materia che oscenamente riempie l'involucro.
Non solo dei corpi composti di carne, ma anche delle anime fatte di sentimenti ed emozioni. Come nei dipinti di Bacon o nelle sculture di Hirtsh, di colpo l'involucro esterno non protegge più, e appare allora l'indicibile che da sempre lo riempie, la materia vivente, pulsante, incontrollabile, che lo sostanzia. Eppure noi umani dedichiamo tutte le nostre energie per cercare di salvare l'involucro, la pelle, appunto. Né potremmo fare altrimenti, poiché il fantoccio che noi siamo necessita prima di tutto di una forma. E questa forma è una pelle sottile, fragile, una protezione delicata che si regge e alimenta in una vicendevole complice attestazione di esistenza. Sono gli sguardi degli altri a permettere alle nostre forme-involucro di esistere. Questo non riguarda solo noi individui ma anche il nostro gruppo, le nostre tribù, la nostra appartenenza ad un corpo più grande, la città, il Paese, a volte la patria. Questo nostro coesistere ha bisogno altrettanto di una pelle che lo contenga, che lo delimiti e lo rafforzi.

Ma appena questo nostro guardarci perde forza, e sostanza, non appena gli occhi si fanno affamati, o disperati o indifferenti,ecco che tutte le nostre impalcature crollano, non solo il nostro corpo biologico si fa catastrofe ma anche il corpo sociale precipita, e la forma stessa del mondo perde consistenza. E' allora che si apre il baratro. La crosta sottile, quella pelle che noi chiamiamo civiltà rivela di colpo tutta l'oscurità ancestrale e viscerale che dall'inizio dei tempi pulsa là sotto e che quel fragile prezioso involucro teneva strenuamente sotto controllo.
La Pelle di Malaparte credo parli soprattutto di questo. Non solo, certo.
Ma è questo corpo, biologico, animale e sociale che l'autore, con un misto di pietas e di cinismo, si adopera a scoperchiare e a vivisezionare
La seconda guerra mondiale lascia al suo passaggio un immenso deposito di rovine. La forma della città si è persa, è stata sventrata, percossa, stuprata, e con essa viene allo scoperto il ventre sociale e individuale che la riempiva. Con terribile sguardo, mettendo il dito nella piaga, con un incedere intellettuale di cui oggi purtroppo sembriamo aver perso memoria, Malaparte riesce a toccare l'indicibile, a mostrarci, denudate, le nuove relazioni umane che da allora, da quella soglia mostruosa che è stata quella guerra, e l'olocausto e i campi di sterminio e le ideologie totalizzanti, daranno nuova forma al mondo. Quella che ancora oggi ci plasma.
In quegli anni è accaduto, nel pieno della nostra Europa, della nostra cultura, che milioni di esseri umani siano stati ridotti a oggetti, a cose, privati di identità e di anima. Malaparte racconta questo passaggio, sceglie la città di Napoli per il suo affresco, perché lì il ventre è più scoperchiato, il trucco non c'è più, il teatro è orami a cielo aperto. Ma quella città è metafora dell'intera Europa e dell'intero mondo.
Si vendono corpi vivi, corpi morti, pezzi di corpo, si vendono bambini e bambine. Tutto può da allora essere ridotto a mercato e merci. Perfino i sentimenti, le più segrete sostanze dell'anima.
Malaparte non sta parlando di un tempo trascorso, parla del nostro oggi, lucidamente e con un certa aristocratica spietatezza.
Certo poi nell'affresco ci sono altri percorsi,a volte ironici,a volte di un malessere compiaciuto, ma tutti si riallacciano a quel dito che tocca e mette alla prova.
Quando le forme perdono consistenza è possibile che si avverino anche ironici scambi, ma di un'ironia acida che spezza il riso in gola.
Una foca può divenire una sirena o forse una bambina cucinata per i commensali americani vincitori. Un resto di ossa spolpate può ricomporsi nel piatto a formare lo scheletro di una mano. Ciò che appare dunque non è più certo, fino al corpo schiacciato e spianato dal carro armato che diventa un piatto stendardo, la nostra universale pelle -bandiera.
Anche in questo scambio tra l'apparire e l'essere, Malaparte anticipa, con quel suo osceno dito indagatore, qualcosa che oggi ci tocca da vicino in ogni aspetto del nostro vivere.

Lo spettacolo
Vorrei innanzitutto conservare l'idea dell'affresco malapartiano.
Un andamento per quadri. Come un attraversamento di gironi che all'infernale hanno sostituito la miseria dell'umano, e la sua grandezza rovinosa.
Come nelle "sette opere di misericordia" del Caravaggio, nella chiesa del Pio monte della misericordia a Napoli, più eventi accadono contemporaneamente, più esistenze si frammischiano, in una visione più medioevale che rinascimentale, una coesistenza e sovrapposizione che non delinea un mondo ordinato dallo sguardo ma una realtà caotica e soverchiante
Immagino un procedere senza soluzioni di continuità, con improvvisi stacchi luminosi, squarci di luce in cui ci si concentra per un po’ sul quel passaggio, si amplifica quella esperienza, si ascolta intensamente quella parola per poi assistere ad un mutamento, al passaggio verso una nuova esposizione, che era già vivente nella prima, nascente da quelle stesse costole.
Non ci sono quinte né nascondimenti. Tutto ciò che accade vive nello stesso spazio tempo, è parte di un unico grande e imprendibile affresco.
In questo senso lo spettatore deve avvertire l'impossibilità di dare ordine, di avere una storia che ordini il tempo e lo spieghi.
Le scene e il loro susseguirsi sono il risultato di una perdita, la perdita della pelle, dell'involucro, della possibilità stessa di dare forma.
Ciò richiede da parte degli attori una totale immersione nel presente degli accadimenti, una umanità che guarda attonita con gli stessi occhi dell'autore, ma con uno sguardo ripiegato su sé stessa, incapace di volare oltre quei corpi, al di là di quelle sostanze.
I corpi sono il segno- soglia da cui partire ogni volta e a cui tornare, come impedimenti necessari, portatori di bisogni, i più elementari, quelli crudi del vivere biologico, corpi fusi sempre in una più ampia coralità, di testo, gesti danza. Ma anche corpi capaci di staccarsi e presentarsi come individui, divenire voci, messaggeri di parole.
Non è uno spettacolo su Napoli nel dopoguerra. La nottata non passerà più, non è mai passata. E' uno spettacolo sul nostro mondo, sul nostro oggi.
Lo spazio scenico è una stiva vuota, un deposito di scarti, umani e non, oggetti strappati al loro uso abituale e ricombinati come dopo un naufragio.
Per il resto la scenografia la fanno i corpi, il coro, le luci, che sono lampi caravaggeschi, fanno emergere la corporeità dei quadri, per poi annullarli in bui improvvisi, in piccole luminarie, in lampade ad acetilene, in luci da sopravvissuti, incerte, traballanti, incomode, come se anche l'energia luminosa fosse malata e stanca,prossima a mancare.
Mi piacerebbe lavorare con una quindicina di attori- attrici -operai, che costruiscano insieme un romanico affresco, sporcandosi le mani, impastando la materia, performativamente, allestendo sotto la mia guida una esplorazione per mappe, per approssimazioni creative progressive.
Voglio dedicare questo spettacolo ad Antonio Neiwiller, che ho conosciuto tardi, ma che ho potuto vedere all'opera, quando dirigeva altri attori.
Quel suo modo di creare, senza aspettative, fiducioso nella creatività potenziale presente in ciascuno, quell'andare apparentemente senza meta, ma ogni giorno costruendo manufatti, intenzioni, frammenti, fino a ricomporre, sotto il segno della caducità e del tempo, uno squarcio di poesia vivente.
Marco Baliani

Appunti per la messa in scena
Lo spettacolo ha un andamento per quadri. Come un attraversamento di gironi che all'infernale hanno sostituito la miseria dell'umano, e la sua grandezza rovinosa.
Come nelle "Sette opere di misericordia" del Caravaggio, nella chiesa del Pio Monte della Misericordia a Napoli, più eventi accadono contemporaneamente, più esistenze si frammischiano, in una visione più medioevale che rinascimentale, in una coesistenza e sovrapposizione che non delinea un mondo ordinato dallo sguardo ma una realtà caotica e soverchiante. La donna lo accoglie da vincitore, gli asciuga la fronte, gli trucca il corpo con un rossetto,lo veste da soldato americano, qualcuno suona uno straziante mandolino, l’uomo corre verso il muro e inarca il corpo in una parodia di atto erotico, altri corpi partecipano al subitaneo coito, il percorso si ripete più volte , ogni volta la scena si fa più complessa,aggregando nuovi corpi agli appuntamenti. Immagino un procedere senza soluzioni di continuità, con improvvisi stacchi luminosi, squarci di luce in cui ci si concentra sul quel passaggio , si amplifica quella esperienza, si ascolta intensamente quella parola per poi assistere ad un mutamento, al trascorrere verso una nuova esposizione, che era già vivente nella prima , nascente da quelle stesse costole. Un movimento delle braccia che è chiaramente riconoscibile come cullare un bambino, in crescendo , come per farlo smettere di piangere, le bocche si aprono , il respiro si fa affanoso, come quello dei cani, con le lingue di fuori. Non ci sono quinte né nascondimenti. Tutto ciò che accade vive nello stesso spazio tempo, è parte di un unico grande e imprendibile affresco.
Lo spettatore deve avvertire l'impossibilità di dare ordine , di avere una storia che ordini il tempo e lo spieghi.
Le scene e il loro susseguirsi sono il risultato di una perdita, la perdita della pelle, dell'involucro , della possibilità stessa di dare forma.
Ciò richiede da parte degli attori una totale immersione nel presente degli accadimenti, una umanità con uno sguardo attonito , ripiegato su sé stessa, incapace di volare oltre quei corpi, al di là di quelle sostanze.
Ora è un vento forte che la scuote, torna ad essere falena con un agitarsi convulso e ritmato di bracia e gambe contro la parete, una mano è sempre verso l’alto e sbatte ossessivamente contro il muro. Lentamente la donna- bandiera si stacca dal muro e cade tra le braccia degli altri. I corpi sono il segno- soglia da cui partire ogni volta e a cui tornare, come impedimenti necessari, portatori di bisogni, i più elementari, quelli crudi del vivere biologico, corpi fusi sempre in una più ampia coralità, di testo, gesti danza. Ma anche corpi capaci di staccarsi e presentarsi come individui, divenire voci, messaggeri di parole.
Non è uno spettacolo su Napoli nel dopoguerra. La nottata non passerà più, non è mai passata. E' uno spettacolo sul nostro mondo, sul nostro oggi.
Lo spazio scenico è una stiva vuota, un deposito di scarti, umani e non, oggetti strappati al loro uso abituale e ricombinati come dopo un naufragio.
Per il resto la scenografia la fanno i corpi, il coro, le luci, che sono lampi caravaggieschi,che fanno emergere la corporeità dei quadri, per poi annullarli in bui improvvisi, in piccole luminarie, in lampade ad acetilene, in luci da sopravvissuti, incerte, traballanti, incomode, come se anche l'energia luminosa fosse malata e stanca,prossima a mancare.
Dieci attori che costruiscono insieme un romanico affresco, impastando la materia, performativamente, per approssimazioni creative progressive.
Voglio dedicare questo spettacolo ad Antonio Neiwiller, che ho conosciuto tardi, ma che ho potuto vedere all'opera, quando dirigeva altri attori.
Quel suo modo di creare, senza aspettative, fiducioso nella creatività potenziale presente in ciascuno, quell'andare apparentemente senza meta, ma ogni giorno costruendo manufatti, intenzioni, frammenti, fino a ricomporre, sotto il segno della caducità e del tempo, uno squarcio di poesia vivente.
Marco Baliani

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