CORPO DI STATO

Corpo di Stato_sito

 

Il delitto Moro: una generazione divisa

 

di e con Marco Baliani

regia Maria Maglietta

collaborazione drammaturgica Alessandra Rossi Ghiglione

montaggio video Michele Buri

ricerca iconografica Eugenio Barbera

produttore esecutivo Maurizio Agostinetto

direzione tecnica Massimo Colaianni

una produzione Casa degli Alfieri, Trickster Teatro

 

 

Quanto a lui, bisognava che l’ascoltassero perché credesse alla propria vita.

Albert Camus

 

Chi ha visto e ascoltato un’altra mia narrazione, il Kohlhaas tratto da Kleist, potrà meglio comprendere le ragioni di questo Corpo di Stato e il filo che li lega, poiché il tessuto è lo stesso: il rapporto conflittuale tra esigenza di rivolta contro l’ingiustizia e assunzione del ruolo di giustiziere.

Ma questa volta non siamo nella Germani del 1500, ma nel nostro passato prossimo, solo vent’anni fa. È sempre difficile raccontare qualcosa che ci è tanto vicino, specie se quel qualcosa ha inciso profondamente sulle nostre esistenze e sulle nostre scelte.

La materia è ancora così pulsante e non dipanata dalla lontananza, che si rischia allora di leggerla col senno di poi, filtrandola e mettendola a distanza di sicurezza.

Ho cercato allora di ritornare laggiù, in prima persona, ricordandomi di me in quei giorni, trovando nelle mie esperienze di allora quelle “piccole storie” che sole possono tentare di illuminare la Storia più grande. Ho ripercorso momenti dolorosi senza perdere però le atmosfere di quegli anni, gli entusiasmi, i paesaggi metropolitani, le contraddizioni.

Nei 55 giorni della prigionia di Moro ho raccontato di una lacerazione, di come il tema della violenza rivoluzionaria abbia dovuto fare i conti con un corpo prigioniero, e come questa immagine sia divenuta via via spartiacque per scelte fino ad allora rimandate, abbia fatto nascere domande e conflitti interiori non più risolvibili con slogan o con pratiche ideologiche.

Ho raccontato le mie storie, prima ancora che su un palco teatrale, davanti a una telecamera; l’emozione della diretta televisiva è cosa diversa dall’eccitazione inquieta con cui ogni volta entro in scena a narrare.

Ora torno sulle tavole di legno a me care, non devo più cercare l’occhio di una telecamera, ma gli occhi di spettatori in carne e ossa; non sarò né personaggio né narratore esterno, questa volta, ma io stesso narrante, un’esperienza nuova, una messa in gioco del personale, una dichiarata visione soggettiva di quegli anni.

Amici, compagni, avversari, potranno avere i giusti motivi per non essere d’accordo o per trovare identità, per quelli che non c’erano, i giovani d’oggi, sarà come visitare un mondo che appare tanto lontano, quasi incredibile; spero che per tutti, come è già accaduto dopo la trasmissione televisiva, scatterà il desiderio di parlare, di contraddire con altri racconti: è un modo di uscire allo scoperto, di raccontarsi agli altri, di rievocare quei tempi difficili e densi.

Quando si esce da momenti e tempi in cui la vita è stata pregna di avvenimenti, quando il vivere è sembrato intenso anche nel dramma, dopo, col tempo, ci si sente sempre un po’ stranieri, come reduci, testimoni di eventi troppo densi per essere dipanati. Camus dice “Non essere ascoltati: è questo il terribile quando si è vecchi”. Il narratore compie sempre questa sfida, straniero nel tempo cerca di vincere con il racconto la vecchiezza che stende sulle cose del mondo un manto spesso di oblio.

Marco Baliani


NOTE DI REGIA

Lavoro da 25 anni con Marco Baliani, a volte come drammaturga, a volte come attrice, in questo caso come regista.

Nella nostra idea di teatro c’è una stretta relazione tra i vari elementi che compongono e determinano la creazione teatrale.

Si delinea un’ipotesi drammaturgica, spesso preceduta da una ricerca letteraria, tematica; in forma di canvaccio, di domande che il regista pone, di improvvisazioni, questo materiale viene passato all’attore, lievita, ritorna, nello scambio continuo sviluppa strade possibili. Comincia così a disegnarsi una possibile “mappa”, così la chiama Marco, fatta di crocicchi, luoghi da visitare, territori ancora da esplorare e soprattutto strade diverse tutte possibili per raggiungere luoghi individuati.

Lo spettacolo che ne scaturisce è una delle possibili strade individuate per percorrere luoghi tematici che si vogliono visitare.

Nel caso di Corpo di Stato, questo lavoro già complesso è stato caratterizzato da una particolarità: stavamo creando uno spettacolo teatrale, che però avrebbe visto il suo debutto in una diretta televisiva. Rai Due l’avrebbe mandato in onda dai Fori Imperiali di Roma la sera del 9 maggio 1998.

Definire teatralmente il racconto per poi immediatamente tradurlo, perché potesse avere un’efficacia attraverso un altro “mezzo”, tenendo conto dei tempi, dei ritmi, della sintesi, nonché dei vincoli tecnici imprescindibili in una comunicazione televisiva.

Quando in autunno, dopo il successo televisivo, abbiamo ripreso il lavoro per portarlo finalmente in teatro, la prima sensazione è stata quella di sentirmi padrona del tempo. Mi sono sentita accolta dal respiro più ampio che ha il tempo in teatro, e nella struttura già configurata si sono aperti spazi di approfondimento, il disegno drammaturgico si è ridefinito. Questione di secondi, a volte, o di minuti, indugiare su una domanda di non facile risposta, il poter ritornare su certi concetti condividendo con lo spettatore quel tempo.

È andata via una parte di testo, che se necessario pensando al grande pubblico della diretta, non lo è più in teatro, dove fra il narratore e il pubblico c’è una maggiore affinità, una relazione più “intima” e condivisa.

Dal lavoro televisivo sono rimaste delle indicazioni preziose. Nella trasmissione c’erano degli stacchi di quindici secondi, un montaggio di immagini di quegli anni su un sonoro tratto da telegiornali, comunicati radio di quei giorni, frammenti di musica di quegli anni. Immagini non didascaliche che avevano più che altro la funzione di attivare una “memoria emotiva” in chi allora non c’era.

Nello spettacolo teatrale le immagini sono rimaste, come un contrappunto visivo e sonoro alla parola del narratore, si è modificata la loro durata, la dimensione, il ritmo.

Il grande schermo di fondo è anche un po’ “la grande Storia” da cui il narratore entra ed esce.

Dirigere un narratore in un racconto è cosa diversa che dirigere un attore in un monologo.

Un vero narratore, quando è tale, ha un modo d’essere sulla scena che appare del tutto organico, come se tempi, ritmi e gesti appartenessero a un “sapere” dove le tecniche affabulatorie sono state interiorizzate a punto di divenire “naturale” veicolo di quell’espressione.

Allora la funzione del regista in quella parte che riguarda la direzione dell’attore, è qualcosa che assomiglia a far volare un aquilone: bisogna corrergli dietro, stare insieme a lui col vento per farlo volare più alto, tenere un filo sottile che possa richiamarlo a terra se necessario, per evitare che si impigli o si perda.

Maria Maglietta

NOTE DI ALESSANDRA ROSSI GHIGLIONE

 

All’origine di questo spettacolo c’è una richiesta esterna alle ragioni del teatro. Vent’anni dopo la sua morte, il 9 maggio 1998, la televisione pubblica vuole ricordare in modo diverso Aldo Moro e lo chiede a un attore narratore. Come si fa a raccontare di Moro?

Moro, anzi come si dice, “il caso Moro”, è forse e per molti aspetti insieme, da quello giudiziario a quello politico da quello culturale a quello sociologico, il passaggio più drammatico e decisivo per l’Italia dopo la fine della guerra. il materiale di documentazione è infinito, gli elementi contradditori tanti quanto le zone oscure. Ad uno dei primi incontri di lavoro, con il tavolo ingombro di libri, giornali, videocassette, dopo aver lungamente dibattuto sulle ipotesi drammaturgiche e il punto di vista da tenere, chiedo a Marco Baliani: “Ma tu come ricordi Moro?”. Dalla memoria affiora prepotente l’immagine di un corpo ritorto nel bagagliaio di una macchina. Per il resto Moro è un volto come tanti, anzi meno evidente di altri. Un nome che in manifestazione si grida “di meno”. Le manifestazioni con quel misto di giovanile baldanza e di latente aggressività, ancora un po’ in quell’atmosfera di trasgressione creativa del Sessantotto insieme alla più recente durezza delle rivendicazioni politiche… e così, naturalmente, nei ricordi di Marco il racconto fluisce attraverso le immagini di quegli anni, pieni di vitalità e di contraddizioni. Prima che la morte di Moro sequestrasse ogni parola. Così chiacchierando, diventa chiaro che è dentro l’autenticità della narrazione autobiografica che è possibile interrogarsi sulla verità storica del “caso Moro”. I morti di via Fani, i volantini, le immagini di Moro prigioniero, le dichiarazioni dei politici, gli appelli dei familiari, le prese di posizione dei sindacati e della società civile, le indagini, i sospetti, i covi, le lettere di Moro, tutto quello che è stato detto nei quattro processi e dalle ricostruzioni storiche, questo che nel mio lavoro di dramaturg ho raccolto e letto, tutto questo non si può raccontare. Forse è semplicemente impossibile, o forse tocca ad altri. Per noi bisogna partire da lì: dall’emozione di quel corpo sacrificato più forte di ogni altra parola, da quell’immagine così impressa nella mente da non poterla neppure mostrare. Come se oggi l’unico atto di giustizia da compiere con il teatro fosse, per chi come Marco Baliani ha vissuto dentro le contraddizioni di quegli anni, riprecipitare dentro a quell’orizzonte confuso di forti tensioni ideali, di violenza collettiva, di assolutismo ideologico, di giovanile desiderio di avventura e raccontare non di Moro, ma di sé e di cosa sia stato per una generazione l’uccisione di Aldo Moro.

Così la narrazione ha ritrovato, oltre l’occasionalità televisiva, la sua ragione più profonda che non è tanto la necessità di salvare dall’oblio la verità storica o di comunicarla in modo avvincente per il grande pubblico, ma la necessità attraverso il racconto di fare esperienza delle lacerazioni profonde che segnano la storia personale dentro all’orizzonte della grande Storia e leggerle alla luce dei cambiamenti, anche profondi, che queste hanno generato, con il coraggio però di restituirli così quei giorni, con il loro drammatico disorientamento tra euforia, ferocia e pietà.

Ho lavorato diverse volte con Marco Baliani e Maria Maglietta, ma mai come in questo lavoro è stata forte la dialettica tra le nostre diversità generazionali e culturali alla ricerca di una verità personale di racconto che coniugasse oggettività storica e soggettività del vissuto.

A chi, come me, quegli anni non l’ha vissuti direttamente, a chi è venuto dopo, a chi ha maturato la propria esperienza adulta in un orizzonte culturale profondamente diverso, la memoria di quel vivere dentro a un ordine violento del mondo suscita pietà e terrore, come assistere a una tragedia greca.

 

Alessandra Rossi Ghiglione

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