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ANTIGONE

da Sofocle

 

regia e adattamento drammaturgico Marco Baliani

con Massimo Foschi e Petra Valentini

e gli allievi del corso Fare Teatro: Alessandro Apostoli, Francesca Barbieri, Silvia Bertocchi, Elia Bonzani, Lorenzo Carpinelli, Raffaele De Vincenzi, Carlo Fabbri, Marcella Faraci, Giorgia Favoti, Ludovica Ferraro, Dania Grechi, Cristina Maffia, Francesca Muscatello, Marica Nicolai, Michele Nisi, Marta Ossoli, Matteo Sangalli, Leonardo Tanoni, Davide Tortorelli, Massimo Vazzana, Giulia Visaggi

costumi e oggetti di scena Emanuela Dall’Aglio

paesaggio sonoro Mirto Baliani

 

“L’armata degli Argivi, sconfitta, è ripartita stanotte”: questo annuncia Ismene alla sorella Antigone. La città di Tebe si è da poco risvegliata dall’incubo dell’assedio e della guerra, il nemico sconfitto ha abbandonato la pianura. È a questo punto del giorno, trascorsa appena una notte, che comincia l’Antigone di Sofocle. Nel metterla in scena si è soliti dedicarsi interamente al senso delle parole pronunciate dai protagonisti e dal coro, parole alte, parole di poesia. Così agendo il logos diviene padrone della scena, cercando la chiave di lettura giusta che possa esaltare la forza e la pregnanza di quelle parole. Il testo diventa un lavoro di interpretazione registica, si cercano scenografie  che illuminino le sostanze espresse in parole, e agli attori viene chiesta l’interpretazione adeguata a quel disegno registico.

Il mio approccio è diverso, per certi versi è agli antipodi. Parto dai corpi, non dalle parole, quelle arriveranno dopo, parto dalla materialità concreta di quei corpi tebani, appena scampati al massacro. La guerra è da poco trascorsa, cosa resta nei corpi dei cittadini dopo che il pericolo è passato? Difficile indicare un solo sentire, le guerra portano a comportamenti privi di qualsiasi senso di umanità, oppure a improvvisi slanci di solidarietà, a gesti eroici o disperati, tutto si mescola negli animi, i corpi sono scossi turbati, le voci che escono dalle gole risentono ancora dell’urlo, del richiamo esasperato, della foga nell’uccidere, del terrore di essere stuprate. La mia ricerca con gli attori sarà quella di trovare quelle voci che escono da quei corpi tormentati. Sono quelle voci che dovranno pronunciare le parole della tragedia.

La tragedia è dunque il tentativo disperato di rimediare al caos della vita attraverso parole, di permettere agli animi di distanziarsi dalla terribilità dell’esperienza di guerra, cercando un senso alla desolazione, senza rifuggire in altre contrade ma affrontando di petto i conflitti che la guerra ha innescato. Ogni guerra ha bisogno di parole che cerchino disperatamente un senso all’assurdità di tanto scempio perpetrato, di tanto odio e  delitto. Ma il tentativo della parola è sempre disperato, non riesce mai contenere o dirimere quei conflitti, e in questa impossibilità sta per me il meraviglioso del senso tragico.