PENSIERI

“CORPO DI STATO”

20 ANNI DOPO: IL SENSO DI UNA RIPRESA

4 maggio 2018

In una recente intervista il figlio di Aldo Moro, Giovanni, insisteva a parlare del padre come di un fantasma senza requie e riposo, a cui è stata negata la verità della sua morte. Sono trascorsi quaranta anni da quella morte.
Venti anni fa avevo cercato di parlarne attraverso uno spettacolo unico nel suo genere, Corpo di stato, in cui ero in scena in prima persona, raccontando con la massima sincerità possibile, cosa erano stati per me e per quelli intorno a me i cinquantacinque giorni di prigionia di Moro, a Roma.
Ho deciso di riproporre lo spettacolo in questa occasione speciale, anche se mi costa molto rinnovare la memoria di quei giorni, degli amici e compagni che non ci sono più, di quello che non capimmo allora, di quello che avremmo potuto fare e non abbiamo fatto.
È uno spettacolo necessario credo per chi lo ascolta, ma doloroso per me che rivivo quegli anni, con la spietata forza che ha il teatro di costringere il passato a rinnovarsi.
Riporto in scena “Corpo di stato” perché i fantasmi devono poter avere pace. Non possono essere semplicemente dimenticati. Finché non si scoprirà chi ha ucciso il re Laio, la città di Tebe resterà appestata. Una peste morale, più terribile di quella fisica. Insieme ad Aldo Moro molti sono i fantasmi a cui questo paese non è riuscito a dare vera sepoltura, dai morti della banca dell’Agricoltura, a quelli della stazione di Bologna, a quelli di Ustica e molti altri ancora.
Per questo siamo ancora un paese appestato. E per questo occorre continuare a dare voce e respiro al nostro passato prossimo. Con sofferenza, ma non posso che tornare a parlarne.

CORPO DI STATO
mercoledì 9 maggio, ore 21, Teatro Comunale Laura Betti di Casalecchio di Reno (BO).


UNA CONCEZIONE DEL MONDO

20 aprile 2018

Nelle scorse mattine in cui ero a Firenze, per andare al teatro Niccolini in via Ricasoli, attraversavo la piazza del Duomo assediata da turisti. È un privilegio passare accanto a tanta bellezza, in particolare le mie soste preferite erano davanti alla Porta del Paradiso istoriata dalle sculture bronzee del Ghiberti e dei suoi figli e allievi. So che gli originali sono conservati dentro il Museo del Duomo per proteggerli dall’inquinamento, ma la riproduzione è perfetta e resto abbagliato da tanta sapienza artistica. Qui comprendo come l’arte sia una forma alta di artigianato dispiegato nel tempo lungo della esecuzione (ventisette anni per completarla). Mi nutro di queste immagini perché sono una delle mie ispirazioni teatrali da sempre.
Già nel Medioevo l’arte aveva intuito che la complessità del mondo non poteva essere circoscritta né controllata, ma andava fatta dispiegare il più possibile, mettendo più vita possibile in uno stesso spazio tempo, quasi congestionando di immagini affastellate il supporto (tela o arazzo o scultura). Ghiberti compie lo stesso percorso, ma con la nuova prospettiva rinascimentale tenta almeno di dare un ordine allo sguardo.
Il mio teatro è figlio di questa concezione del mondo, lo spazio teatrale deve poter accogliere simultaneità di azioni, una drammaturgia dello spazio dove più eventi si danno appuntamento in uno stesso quadro scenico. Quando ci riesco sento di ricollegarmi a questa antica visione, scavalco il tempo presente e pur nell’effimero agire della scena teatrale ritrovo una figliazione e una parentela con quegli artisti di seicento anni fa.


MANDRAGOLA. ULTIME GIORNI DI LAVORO

7 aprile 2018

Siamo alle ultime fasi del lavoro, ogni giorno la radice della mandragola espande i suoi machiavellici effluvii. Sono molto contento di quello che sta venendo fuori, contento di lavorare con questo gruppo di giovanissimi attori e attrici che si stanno misurando con la fatica, la disciplina ma anche la gioia creativa, quel sentire lo spettacolo come una creazione corale, dove ognuno aggiunge un’idea, una frase, un gesto, un non previsto e scontato esito. È questo il mio teatro e mi piacerebbe vedesse questo lavoro più gente possibile. È sempre difficile a parole narrare cosa si prova durante una creazione, si rischia sempre l’enfasi o l’auto celebrazione, ma non riesco a trattenere l’emozione che oggi proverò a vedere lo spettacolo per la prima volta dall’inizio alla fine. Si tira una moneta per sapere se sarà la squadra 1 o la squadra 2, in realtà ci sono due spettacoli, perché ogni sera i personaggi cambiano, e questa sfida folle che ho voluto proporre mi riempie di stupore, la sorpresa di una scoperta, come uno stesso personaggio cambia completamente a seconda di chi lo fa vivere. Scoprire la natura di una personaggio è per me uno degli aspetti più vitali e nutrienti. Scopro la quantità e qualità di esperienza che un personaggio si porta dietro grazie alla persona -attore che lo agisce (agisce e non solo interpreta, chè è l’intero suo corpo a mostrarmi strade sconosciute e inaspettate).
E poi c’è la meraviglia di vedere in scena muoversi corpi che parlano e agiscono la contemporaneità, un intero coro di corpi che si agitano, spostano scene, fanno luce, cantano, precipitano nella commedia e un attimo dopo diventato epici, commentano le azioni dei protagonisti, e raccontano d’un fiato l’oscurità delle passioni umane, la pervicacia con cui cercano di farle trionfare al di fuori delle regole sociali.
E tutto questo nasce da qualcuno vissuto più di cinquecento anni fa, qui, in questa stessa Firenze che ogni mattina calpesto cercando di evitare le mitragliate di foto che le mandrie di turisti sparano ad ogni istante. Machiavelli assisterà alla prima nel palchetto più sghimbescio, lo so, anche lui ama sempre vedere la realtà da punti inaspettati.


UNA TARGHETTA DI OTTONE

6 aprile 2018

Tempo fa, nei giorni di neve e freddo, stavo andando alla stazione di Parma con la solita valigia disfatta e rifatta da un giorno all’altro. La strada era ghiacciata e i pochi passanti camminavano circospetti, attenti a non scivolare. In via Cavallotti vedo davanti a me un tipo altissimo, magro, con uno strano cappello da cui uscivano a raggiera ciuffi di capelli rossicci, camminava come fosse su dei trampoli, barcollante, tanto che temevo potesse precipitare a terra da un momento all’altro, poi si ferma e col piede prende a togliere la neve dal marciapiede prospiciente un portone, da quella sua altezza, piegando il collo da giraffa, fissa qualcosa che lo attrae lì sotto. È un’immagine da libro illustrato di fiabe, un gigante magro che guarda un mistero. Resta così per molto, mi sembra un tempo lunghissimo in cui anch’io non ho avuto il coraggio di proseguire. Poi l’incanto si rompe e lo spilungone riprende la sua oscillante camminata. Quando raggiungo il punto in cui lui si era fermato vedo che davanti al portone, lì sul marciapiede è incastonata una targhetta di ottone con su scritto:
“qui abitava Davide Mosè Levi nato 1887, arrestato il 27. 9. 1943, deportato a Mautahusen e assassinato il 20. 3.1945”.
Sono sconcertato, sono passato su questa strada per anni e non mi ero mai accorto di questa scritta. Di colpo il Tempo si accartoccia e percepisco la Storia nella sua totale contemporaneità, una memoria che si fa viva e lacerante, guardo il portone, immagino quella notte, vedo tutto, ci sono solo io nella strada, il gigante è sparito, come è giusto che sia, ha svolto il suo compito, mi ha avvertito.


SENSAZIONE DI PERSONALE ANGOSCIA

2 aprile 2018

Poche sere fa mi è capitato di vedere Saviano che parlava e mostrava con immagini spietate la situazione siriana del distretto di Goutha dove Assad con l’appoggio dell’aviazione russa sta decimando la popolazione e soprattutto massacrando centinaia di bambini, nella totale indifferenza del nostro evoluto mondo occidentale. È stato bravo Saviano a farci vedere l’orrore quotidiano di quella gente disperata, con parole crude e nette come dovrebbero sempre fare i veri giornalisti e intellettuali. Solo che dopo aver visto quelle tremende immagini mi ha preso un senso di impotenza totale e sono giorni che quelle visioni mi tornano in mente nei momenti più svariati della giornata lasciandomi sgomento. Cosa posso fare io per impedire questo massacro? Che strumenti possiedo per cercare di compiere azioni che almeno mi facciano sentire meno disperato? Non parlo delle donazioni a questa o quella ong, che compio ormai da anni, ma che non bastano ad alleviare la mia coscienza. È come se sentissi in me una sorta di responsabilità e un misto di vergogna e colpa nel sapere che appartengo alla stessa specie umana di Assad e dei criminali al suo servizio. Certo posso sempre dirmi che io non sono così, che pratico altri valori, ma a che serve dirmelo se poi di fronte a questi orrori non ho strumenti di nessun tipo. Un tempo credevo che potesse essere la politica ad agire, nel nome di quegli ideali sui diritti umani, sanciti da carte e dichiarazioni sottoscritte, per ottenere i quali già tante vite sono costate alla nostra specie. Ma anche la politica è impotente, governata da quella ipocrita ragione di stato per cui un criminale come Assad, dittatori come Erdogan, Putin o XiJinping sono comunque partner commerciali da tener buoni e con cui fare affari. E dunque? Resto con la mia sensazione di personale angoscia.


La pioggia sui SETTE CONTRO TEBE

16 settembre 2017

Ieri, alle 21, all’inizio dello spettacolo SETTE CONTRO TEBE, sul Teatro Romano di Verona scendeva una pioggia fitta e costante, di quelle insopportabili, uno stillicidio di gocce che ti penetravano nelle ossa insieme all’umidità. Tutti noi, attori e tecnici, eravamo dal pomeriggio pronti al peggio, lo spettacolo sarebbe di sicuro saltato, ed eravamo già in preda a quella tristezza che prende quando un desiderio, quello di essere in scena col nostro lavoro, viene insidiato e depresso, e ti assale una specie di sgomento, e guardi di continuo il cielo non più abitato da nessun dio antico a cui almeno illudersi di chiedere un cambiamento. Ed ecco che invece, poco per volta, vediamo entrare due tre persone armate di teli impermeabili e ombrelli, poi altre quattro, poi, dietro, in alto, un folto gruppo di studenti, e via via ecco che il teatro si riempie quasi tutto, e la pioggia non smette, e loro stanno lì in attesa, pazienti, attrezzati, pronti a subire le intemperie senza batter ciglio.
Comincia lo spettacolo e gli ombrelli si chiudono per permettere a tutti di vedere, ma continua incessantemente a piovere. Fino a che, pochi minuti prima della scena della battaglia ci arriva un comunicato via interfono dalla direzione: la pioggia sta per farsi violenta, è pronto un comunicato di sospensione dello spettacolo, tenersi pronti a spegnere le luci e a dare quelle di sala.
Mi prende una fitta al petto, non ci voleva proprio ora che avevano resistito attenti fino a questo punto. Un attimo prima dei suoni della battaglia la pioggia comincia a scrosciare impetuosa, parte lo scontro, i guerrieri tebani danzano le loro posture di guerra, esce il fumo, si sentono i bombardamenti, insieme al nitrito dei cavalli, le grida insieme alle armi, il movimento è frenetico, la pioggia dona all’intera scena qualcosa di mitico, siamo davvero in guerra non tremila anni fa ma oggi. E nessun spettatore si alza, nessuno abbandona la platea, si aprono gli ombrelli, sono tutti in piedi ma lo spettacolo va avanti, fino alla fine, quando gli applausi accolgono la nostra fatica e la loro, con gli ombrelli che ondeggiano nella difficoltà di applaudire e al contempo tenerli aperti: è accaduto il miracolo del teatro.


OGNI VOLTA CHE SI RACCONTA UNA STORIA

7 settembre 2017

È la terza volta nella mia vita che cerco, attraverso una scrittura che diventa libro, di esplorare ancora quella relazione, per me inesausta di scoperte, che accade tra chi racconta una storia e chi la ascolta. Questa volta ho cercato quei luoghi e quelle situazioni in cui questo miracolo della parola detta a voce avviene, in circostanze impreviste, dentro un ospedale, in una piazza, in un teatro anche, certo. E ogni volta mi chiedo cos’è che mi affascina tanto di questo atto umano così ancestrale, antico e ancora oggi vibrante, in mezzo alla moltitudine di immagini che sembrano occupare tutto il nostro spazio percettivo. Credo che il fascino della voce che racconta sia per me legato al corpo che la veicola, alla fragilità che il corpo manifesta quando si concede all’atto del narrare, perdendo di colpo tutte le sue acquisite sicurezze e lasciandosi trasportare dalla forza del narrato. È questo scarto ad affascinarmi e a spingermi verso una mai terminata esplorazione.
Credo che tutti coloro che leggeranno il libro ritroveranno esperienze da loro stessi compiute, scopriranno con stupore che nell’arco del vivere di ciascuno è accaduto almeno una volta quel passaggio di emozioni e sentire che solo il racconto a voce sa veicolare. Forse perché bisogna essere almeno in due per un racconto, e quel numero già è un antidoto alla solitudine, per esempio quella dello scrittore. Bisogna, ogni volta che si racconta, fondare una breve effimera comunità, che subito si disperderà non appena quella voce cesserà di dire. È questo l’altro aspetto fascinoso che mi attrae, lo svanire della parola, il perdersi nel vento delle immagini evocate, che nessun selfie potrà mai immortalare.
È questa anche la differenza con il mondo onnipresente del visivo, la fotografia è una morte registrata, vinta e sconfitta, ma presente e data, mentre la voce che racconta sfugge alla morte, ne rifiuta la fissità e la ripetitività.